Ci siamo finalmente! Dopo secoli trascorsi a lavorare, risparmiare, investire e qualche volta persino a perdere soldi, qualcuno sembra avere trovato la soluzione definitiva: guadagnare senza rischiare. E, naturalmente, ha deciso di raccontarcela attraverso una pubblicità su Facebook.
Da giorni il nostro profilo è tempestato da annunci che magnificano le virtù dell’arbitraggio finanziario: sistemi automatici, differenze di prezzo da sfruttare, guadagni apparentemente semplici e rischi ridotti praticamente a zero. Una cuccagna, insomma.
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Ma siccome siamo su CalcioItaliaStory e senza sport proprio non sappiamo stare, ecco arrivare persino la versione pallonara della gallina dalle uova d’oro: l’arbitraggio sportivo. Qui entrano in scena bookmaker, quote differenti e sistemi che promettono di guadagnare senza nemmeno avere bisogno di indovinare chi vincerà la partita.
Fantastico. Abbiamo quindi trovato il modo di battere contemporaneamente mercati finanziari e bookmaker?
Prima di prenotare una spiaggia ai Caraibi per trascorrervi il resto della vita, forse conviene capire meglio di cosa stiamo parlando. Senza formule incomprensibili, senza parlare come un trader di Wall Street e, soprattutto, senza promettere a nessuno di diventare ricco mentre dorme.
Prima di tutto: l’arbitraggio finanziario esiste davvero
Partiamo sgombrando il campo da un equivoco. L’arbitraggio finanziario e quello sportivo non sono truffe. Si tratta di una tecnica reale, conosciuta e utilizzata sui mercati.
Per capirla non servono formule matematiche. Immaginiamo che nello stesso momento il medesimo oggetto venga venduto in un negozio a 100 euro e che, dall’altra parte della strada, qualcuno sia disposto a comprarlo a 101. Se potessimo acquistarlo nel primo negozio e rivenderlo immediatamente nel secondo, avremmo guadagnato un euro praticamente senza esserci esposti alle normali oscillazioni del suo valore.
Trasferiamo il principio sui mercati finanziari. Uno stesso titolo, una valuta, una criptovaluta o strumenti strettamente collegati possono presentare, per un brevissimo periodo, prezzi leggermente differenti su mercati diversi. L’arbitraggista cerca di acquistare dove costa meno e vendere contemporaneamente dove costa di più, incassando la differenza.
Il principio è semplicissimo. Metterlo in pratica, invece, lo è molto meno.
Il problema è proprio quell’euro
Torniamo ai nostri due negozi. La situazione sarebbe fantastica se potessimo passeggiare tranquillamente dall’uno all’altro continuando a comprare a 100 e vendere a 101.
Ma immaginiamo che altre cento persone scoprano la stessa opportunità. Tutti cominciano a comprare nel primo negozio e a vendere nel secondo. Nel giro di pochissimo il primo commerciante aumenta il prezzo e il secondo lo abbassa. Quel margine di un euro si restringe fino a sparire.
È esattamente uno dei problemi dell’arbitraggio sui mercati finanziari: quando compare un’anomalia di prezzo, gli operatori cercano immediatamente di sfruttarla e, proprio facendo questo, contribuiscono a eliminarla.
Non parliamo necessariamente di minuti. Sui moderni mercati elettronici possono entrare in gioco computer, algoritmi e sistemi automatizzati capaci di confrontare prezzi ed eseguire operazioni a velocità impossibili per una persona che osserva uno schermo e clicca con il mouse.
Ecco perché l’immagine del piccolo risparmiatore seduto sul divano che individua tranquillamente un prezzo più basso, compra, passa su un’altra piattaforma, vende più caro e intasca il guadagno rischia di appartenere più alla pubblicità che alla realtà.
Facciamo un esempio ancora più semplice
Supponiamo di trovare un bene finanziario quotato a 1.000 euro sulla piattaforma A e a 1.005 sulla piattaforma B.
Sulla carta abbiamo cinque euro di guadagno. Ma dobbiamo riuscire ad acquistare realmente a 1.000 e contemporaneamente a vendere a 1.005.
Nel frattempo potrebbero accadere parecchie cose: il prezzo potrebbe cambiare prima che completiamo entrambe le operazioni; potrebbero esserci commissioni di acquisto e vendita; potrebbero esserci costi per trasferire denaro o strumenti da una piattaforma all’altra; il prezzo visualizzato potrebbe essere disponibile solamente per una quantità limitata.
Quei cinque euro, insomma, potrebbero diventare tre, poi uno e infine trasformarsi addirittura in una perdita.
Ed ecco la prima grande differenza tra la teoria e la pubblicità: un’opportunità di arbitraggio non equivale automaticamente a un guadagno.
Anche lo sport ha trovato la sua cuccagna: l’arbitraggio sportivo
A questo punto possiamo tornare alla nostra materia preferita. Perché lo stesso principio, con le dovute differenze, può essere applicato anche alle scommesse sportive. In questo caso non abbiamo due mercati che attribuiscono prezzi differenti allo stesso bene, ma bookmaker che attribuiscono quote differenti allo stesso evento.
Facciamo anche qui un esempio volutamente elementare. Immaginiamo una partita nella quale, per semplicità, esistano soltanto due risultati possibili. Il bookmaker A offre una quota particolarmente conveniente sulla vittoria della squadra Alfa, mentre il bookmaker B offre una quota particolarmente conveniente sulla squadra Beta. In determinate combinazioni di quote, distribuendo opportunamente il denaro sui due risultati, può essere matematicamente possibile ottenere un ritorno superiore alla somma complessivamente puntata qualunque delle due squadre vinca.
Ed ecco l’arbitraggio sportivo: non stiamo cercando di prevedere il risultato della partita. Stiamo cercando una discrepanza tra le valutazioni offerte da operatori differenti e provando a sfruttarla prima che venga corretta.
Il principio, insomma, ricorda molto quello incontrato poco fa. Nel mercato finanziario cerchiamo lo stesso bene a prezzi differenti; nelle scommesse cerchiamo lo stesso evento a quote differenti. In entrambi i casi il possibile margine nasce da una temporanea inefficienza del mercato.
L’arbitraggio sportivo non va però confuso con il matched betting. Anche quest’ultimo utilizza coperture matematiche delle giocate, ma generalmente nasce dallo sfruttamento di bonus e promozioni messi a disposizione dagli operatori. Nell’arbitraggio, invece, è la combinazione delle quote offerte da bookmaker differenti a creare l’eventuale margine.
E allora eccola nuovamente, la nostra gallina dalle uova d’oro: basta trovare le quote giuste, puntare su tutti i risultati e incassare comunque. Addio schedina, pronostici sbagliati e gol al novantesimo che mandano in fumo la giocata.
Anche qui, però, la realtà ha il brutto vizio di complicare le pubblicità.
Le quote possono cambiare rapidamente. Potremmo riuscire a piazzare una giocata e scoprire che, nel frattempo, la quota necessaria per coprirla sull’altro bookmaker è cambiata. Possono esistere limiti agli importi accettati, differenti tempi di esecuzione, errori, sospensioni del mercato o condizioni operative diverse fra una piattaforma e l’altra.
E soprattutto bisogna avere il denaro necessario disponibile sui diversi conti. Anche qui, dunque, la promessa del guadagno senza capitale comincia a mostrare qualche crepa.
Non è quindi necessario stabilire chi vincerà la partita. Bisogna però individuare l’anomalia, fare correttamente i calcoli, avere il capitale dove serve e riuscire a completare tutte le operazioni alle condizioni previste.
Cambia il terreno di gioco, ma la regola resta la stessa: individuare un’inefficienza prima che il mercato la corregga. E soprattutto riuscire realmente a sfruttarla.
Ma allora perché si dice che l’arbitraggio è “senza rischio”?
Perché nella sua forma ideale l’operazione viene costruita in modo da coprire contemporaneamente le diverse posizioni, bloccando la differenza favorevole. Se tutte le condizioni ipotizzate vengono rispettate, il rischio legato al successivo andamento del mercato — o, nel caso sportivo, al risultato dell’evento — può essere drasticamente ridotto.
La parola importante, però, è “idealmente”.
Nella realtà esistono il rischio che un’operazione venga eseguita e l’altra no, quello che prezzi o quote cambino in una frazione di secondo, i problemi tecnici, la liquidità disponibile, le commissioni, gli spread e i tempi necessari per muovere capitali da una piattaforma all’altra.
Per questo presentare l’arbitraggio semplicemente come un sistema di guadagno privo di rischio significa raccontare soltanto una parte della storia.
E il capitale? Davvero si può partire da zero?
Qui dovrebbe accendersi un’altra lampadina.
Se dobbiamo acquistare qualcosa — oppure distribuire delle puntate fra più operatori — da qualche parte il denaro necessario all’operazione deve esserci. Esistono strutture finanziarie molto più complesse nelle quali posizioni contrapposte, credito, leva o disponibilità già presenti su diversi mercati permettono di organizzare operazioni particolari. Ma questa è ben altra cosa rispetto alla promessa pubblicitaria rivolta a chi parte da casa con zero capitale e zero esperienza.
E soprattutto c’è una domanda semplicissima che vale la pena porsi: se qualcuno possedesse realmente un sistema automatico capace di produrre denaro con certezza, senza capitale e senza rischio, perché dovrebbe spendere soldi in pubblicità su Facebook per convincere degli sconosciuti a utilizzarlo?
Ed è qui che l’arbitraggio può diventare soltanto l’esca
Bisogna fare attenzione a non confondere due cose. L’arbitraggio è un meccanismo reale. Una pubblicità che utilizza la parola “arbitraggio” non diventa per questo automaticamente affidabile.
Il termine tecnico può servire a dare credibilità a una promessa di guadagno. Il meccanismo raccontato sembra plausibile: compriamo a meno da una parte, vendiamo a più dall’altra; oppure sfruttiamo quote differenti sullo stesso evento. Lo capirebbe chiunque. A quel punto può arrivare la proposta: registrati, lascia i tuoi dati, apri un conto, versa una piccola cifra oppure affidati al nostro software che farà tutto automaticamente.
Ed è da quel momento che non stiamo più valutando l’arbitraggio in astratto. Stiamo decidendo se affidare denaro e dati personali a qualcuno.
Le autorità di vigilanza europee hanno più volte richiamato l’attenzione proprio sulle proposte finanziarie diffuse attraverso social network e piattaforme online. ESMA ha anche sollecitato le grandi piattaforme digitali a contrastare la pubblicità di servizi finanziari non autorizzati, mentre in Italia la Consob oscura periodicamente siti che offrono abusivamente servizi di investimento.
I campanelli d’allarme
Non occorre essere esperti di finanza per riconoscere almeno alcuni segnali che dovrebbero suggerire prudenza.
Guadagni garantiti, rendimenti elevati, rischio praticamente nullo, nessuna competenza richiesta, software che lavora al posto nostro e risultati immediati: più questi elementi vengono concentrati nella stessa proposta, più diventa opportuno fermarsi prima di mettere mano al portafoglio.
Ancora maggiore attenzione quando dalla pubblicità si viene trasferiti rapidamente verso chat private, gruppi di messaggistica o presunti consulenti che insistono perché venga effettuato un primo versamento.
La Consob è intervenuta anche contro sistemi nei quali venivano prospettati attraverso WhatsApp rendimenti addirittura fino al 300 per cento. Il problema, dunque, non è puramente teorico.
Prima di versare un solo euro è molto più utile verificare chi ci sta offrendo il servizio, quale società c’è dietro, dove ha sede e soprattutto se è autorizzata a prestare servizi finanziari.
Il vero arbitraggio non è la gallina dalle uova d’oro
L’arbitraggio rimane una tecnica affascinante perché mostra uno dei meccanismi attraverso i quali mercati differenti tendono a correggere le proprie inefficienze. Nel campo finanziario ne esistono diverse forme: tra mercati, tra valute, attraverso strumenti collegati e mediante strategie quantitative molto sofisticate. E, come abbiamo visto, un principio analogo può essere applicato persino alle quote sportive.
Chi volesse approfondire gli aspetti tecnici può trovare un’ampia spiegazione nella guida sull’arbitraggio finanziario dell’avvocato Beatrice Bellato pubblicata da Consulenza Legale Italia, dalla quale abbiamo tratto alcuni degli spunti tecnici utilizzati per questo approfondimento.
Ma per il comune risparmiatore il concetto fondamentale può essere riassunto in poche parole.
L’arbitraggio esiste. Il denaro gratis no.
Le differenze di prezzo o di quota possono esistere, ma bisogna individuarle prima degli altri, avere gli strumenti per sfruttarle, operare rapidamente, disporre delle risorse necessarie e tenere conto di costi e rischi. Proprio la guida tecnica da cui siamo partiti sottolinea come le opportunità finanziarie possano essere particolarmente difficili da cogliere per l’investitore retail.
Perciò, quando sul social network compare l’ennesimo annuncio che promette di trasformare un meccanismo reale in una specie di bancomat automatico, possiamo almeno fare una cosa che non richiede né algoritmi, né conoscenze finanziarie, né sofisticati calcoli sulle quote.
Fermarci e farci una domanda.
Se fosse davvero così facile, sicuro e redditizio, perché hanno bisogno dei nostri soldi?


